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E stamattina penso…

Penso al concetto di gelosia. Penso a quel vuoto che ti prende dentro, colmato da acido e rabbia. Misto a insicurezza. Misto all’idea, ingannevole, di possesso. Misto al bisogno di competizione, all’illusione di controllare, misto all’istinto di ripicca, di rivalsa, di contrasto. Penso al contorcersi, alla gastrite, al non dire, al pretendere, al chiedersi, all’immaginarsi, al fantasticare, all’ingannare. All’ingannarsi. Penso alla nebbia negli occhi, alla ragione che sfugge, all’istinto che prevale, all’impulso nel sangue, che scorre bollente nelle vene, che arriva al cervello. Penso al non capirsi, al dialogo impossibile, all’egoismo, al trabocchetto, ai dettagli travisati, alle parole inventate. Alle prove e alle controprove, mai provate. Alla rivale sempre troppo bella, o troppo brava, o troppo ricca. O troppo magra. O troppo colta. Penso che tutto questo, possa tranquillamente essere ordinaria amministrazione. Ma poi, da una certa età in su, credo dovrebbe essere diverso. Il che non significa che la gelosia a una certa età sia più consentita, anzi. La trovo naturale. Solo, dovrebbero cambiare le modalità. Il modo di comunicarlo, le ragioni che la scatenano. Dovrebbero cambiare le priorità, gli obiettivi, gli alibi, il gioco, la logica. Gli schemi, i fattori. Quindi, un termine buono è: maturità. 

Nella valutazione delle situazioni. La maturità nel  comportamento. Nel porsi. Nel dire no. Nel dire sì. Nel dissipare i dubbi. Nel non farli nascere. Nell’evitare mediocri basse gratuite speculazioni emotive.

Penso al concetto di equità, al do ut des, al fatto che se non ci si sente presi in giro, certi sentimenti si esternano più volentieri, con più tranquillità. Che alcuni piccoli sforzi va bene farli per primi, ma non da soli. Che va bene fare il primo passo, ma non i primi duecento. Che dare senza ricevere mai, fa un po’ irritare.
Un termine (di moda): parità.

Penso all’attitudine che abbiamo (dovremmo avere) di non fare agli altri quello che non vorremmo fosse fatto a noi. Di non dire agli altri quel che non vorremmo fosse detto a noi. Di riconoscere, senza tanti giri di parole, il senso autentico delle cose, per quel che in cuor nostro sappiamo essere. Evitando furbizie dialettiche, reticenze, ritardi, o quant’altro.
Il termine buono è: onestà intellettuale.

Penso all’empatia, alla capacità che abbiamo di metterci nei  panni dell’altro. Di comprenderne le  motivazioni, le ansie, le gioie. Le paure, il dolore. Penso alla capacità di piangere e ridere con gli altri. Negli altri. Per gli altri.
Un termine buono è: sensibilità.

Penso all’idea di non puntare il dito. Ricordandoci che in fondo siamo i primi a sbagliare, i primi a essere opportunisti, i primi a collezionare errori, uno dopo l’altro, e a pensare ai nostri interessi. Siamo i primi a essere un po’ puliti e un po’ sporchi. Un po’ bravi e un po’ cattivi. Un po’ chiari e un po’ scuri.
Il termine: tolleranza.

Penso alla facoltà di comprendere il peso delle cose, il grado di importanza, il senso della situazione, l’insieme degli elementi. Penso a saper guardare una fotografia senza fissarsi su un solo, inutile, dettaglio. Penso  alla  facoltà  di  assumere  una  scala  di  valori  che renda tutto relativo, come è giusto che sia.
C’è un verbo:  cogliere.

Penso a dei violini, alla musica, a un concerto, allo sfiorarsi. Penso al profumo del fiammifero appena acceso, o del cornetto appena sfornato, o del popcorn appena scoppiato. Penso al sentire. Al sentirsi. Penso al concetto di sognare. Ai  colori. Alla leggerezza.  Penso al concetto di volare. Di volere. Di correre. Di bere vita. Vita.
Di esserci.
Di esserci.
Di esserci.
Penso all’amore.
C’è un verbo: amare.

Penso che basterebbe poco.
C’è un verbo: provare.

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Allora …

… tutti a letto, per favore, che adesso faccio il giro e vi rimbocco le coperte. E non fate capricci che devo andare a ninne con la mia carotina, che senza di me non dorme. 

Buonanotte. 

A.

😋

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Vorrei …

Vorrei parlare d’amore, ma non mi escono le parole, non riesco a parlare. Sono qui, in silenzio, ed ogni rumore mi infastidisce. Sono intento ad ascoltare il mio cuore battere forte, come se fosse da lui che posso cogliere un tuo suono, una tua parola. Perché lui è la tua casa, o almeno è il luogo dove ti custodisco io.

A.