Buonanotte, mia piccola indomita guerriera ❤

Il mio amore non è come il tempo, non cambierà mai.

Sapessi che voglia di passare da un tono romantico ad uno più … monello, tipo: “Perché non dormi, piccola? Come dici? La mia mano? Ti dà fastidio lì? No? Non fastidio? Però ti fa bagnare? Ma pensa te! Io l’avevo messa lì per asciugarla invece …”

Ecco … scusami 🙈 lo sai, io sono così, eclettico (leggasi: scemo). Ma il mio amore per te è vero, ed è forte, più forte di me, credimi, e coinvolge ogni mio lato. Con te mi sento intero, ed è una sensazione bellissima. Grazie, amore mio. Ti amo e ti amerò sempre, e se essere eclettico riesce a strapparti un sorriso, diverrò ancora più eclettico, perché il tuo sorriso è il mio sole.

Sogni d’oro, mio sole ❤

Ti amo ❤

A.

Matteo e Francesca.

Squilla il telefono. Il numero che compare non lo conosco.
– Pronto?
– Ciao sono io…

Per un attimo smetto di respirare. Quanti anni sono che non sento questa voce? 15? forse 16. “Ciao” dico con voce esitante “come stai?”. Che cosa stupida da dire dopo tutto questo tempo ma non mi è venuto altro.
“Ti chiamo per chiederti un favore” dice lui brusco saltando tutti i preamboli.
“Mio padre sta male, è in ospedale e la testa è partita di brutto” .

Vorrei dirgli che il mio, a cui lui diceva di essere affezionato, è morto tre anni fa, ma taccio e aspetto che continui.

“Chiede di te. Nella sua testa ha cancellato tutti questi anni, crede che stiamo insieme, ‘lei’ non la riconosce, si agita se gli diciamo che è mia moglie, insomma vuole vederti, pensi di poter venire e insomma fare finta , vedi tu, io non ci sarò, ho una conferenza a New York e non posso dire di no, ma magari al mio ritorno sarà troppo tardi, pensi di andare? troverai lei, si sta occupando di tutto”.

“Ok” dico io, pensando a come possa dire tutto questo con una voce incolore priva di ogni emozione, e di come possa partire pensando che il suo ritorno potrebbe “essere troppo tardi”, ma non faccio domande, mi limito a chiedere coordinate e orari.

Non so nemmeno io perché ho detto di sì. Durante il tragitto mi chiedo se mi riconoscerà dopo tutto questo tempo… e se dovesse agitarsi di più nel vedere una donna sconosciuta anziché la ragazzina che ricorda? E a lei cosa dovrò dire?

I corridoi odorano di disinfettante, quell’odore che evoca immediatamente brutti ricordi, mi sforzo di scacciarli e proseguo con passo deciso ricacciando dentro le lacrime.
“Lei” è alta, biondissima, elegantissima con un tailleur di ottimo taglio perfettamente stirato, truccata in modo impeccabile. Si avvicina a me e mi tende la mano fresca di manicure, le unghie laccate . Si muove agilmente sui tacchi 12 cm. Io di colpo mi sento inadeguatissima con i miei jeans e sneaker , i capelli scompigliati come sempre e sicuramente la matita sbavata sugli occhi con questo caldo.
Le sorrido ma lei si limita a darmi indicazioni pratiche, “non contraddirlo, assecondalo, lui ha sostituito me con te nei suoi ricordi, non farlo agitare che il cuore….” ok ok ok dico pensando a tutt’altro.

Entriamo nella stanza, i miei occhi impiegano qualche secondo ad abituarsi alla semioscurità e molto di più a riconoscere in quell’esile vecchietto coperto di tubi Pippo, il robusto papà acquisito che ricordavo, imponente, sempre abbronzato con un sorriso bellissimo. Ora i denti non li ha quasi più ma appena entriamo mi sorride illuminandosi “finalmente sei arrivata!” mi dice.
Poi si rivolge a lei e le dice ‘infermiera ci lasci soli per favore’.
E’ indispettita ma fa finta di nulla, si gira e si allontana ticchettando sui suoi tacchi .

Lui mi guarda. Mi colpisce che i suoi occhi non siano cambiati, blu intenso e incredibilmente giovani, stonano in quel volto incartapecorito, di solito nelle persone anziane e malate mi sembrano spenti…i suoi sono vispi, luminosi, sembrano occhi di un diciottenne trapiantati sul volto di un vecchietto. “perché ci hai messo tanto?”. ” Eh” dico io, “sai il lavoro, le trasferte , un periodo particolare” cerco di tenermi sul vago.
Immagino che lui pensi che io sia lei ma che abbia sostituito il suo volto col mio. E io non so nulla di lei,di loro quindi ho paura di dire qualcosa di talmente lontano dalla realtà che anche lui possa trovare sbagliato.

Iniziamo a chiacchierare, tempo, attualità cose così…

“I bambini stanno bene?” mi chiede a sorpresa

“Eh?”

“Eh! ” fa lui, “i bambini… Matteo e Francesca, non me li porti mai! come stanno? sono stati promossi? Matteo va in prima a settembre vero?”

“Stanno bene!” dico io, “li portiamo qualche giorno al mare la prossima settimana, ti salutano, Matteo mi aveva dato un disegno per te ma temo di averlo dimenticato” improvviso fingendo di cercare in borsa. “te lo porto la prossima volta”.

“E’ emozionatissimo per la prima elementare, e ti sta aspettando per comprare con te lo zaino e il diario”

“Sai” dice lui “mi continuo a ricordare di quando venivo a casa vostra e erano piccoli ma le immagini si fanno confuse, che facevamo?”

“Be’” continuo io cercando di farmi venire in mente qualcosa “ti mettevi seduto sul tappeto con loro, ricordi le gare di cubi per vedere chi faceva la torre più alta?” ” mi sembra di sì!” risponde lui col sorriso sdentato ” e poi?” . ” E poi costruivi le piste per i treni , erano piste bellissime, enormi che si estendevano per tutto il salone, con gli scambi, Francesca era appassionata di treni, ma poi all’improvviso si fermava e veniva da te con le tazze della bambola e allora prendevate il tè per finta con i dolci “.

“A. non si metteva mai per terra con loro vero?” dice lui. Evito la domanda e continuo a raccontare inventando di sana pianta o attingendo a fatti realmente accaduti a figli di amici , o a mio figlio quello vero.

Racconto di gite in montagna sulla neve, di pupazzi di neve con la carota per naso, delle battaglie a pallate e di quando lui ha insegnato a Matteo ad andare in bici senza rotelle e a Francesca ad andare sui pattini, che ora fa i saggi e tutti le dicono che è bravissima. Racconto di quando Matteo gli ha chiesto di insegnargli il pianoforte e di quando nei viaggi cantavano tutti e tre a squarciagola non prendendo nemmeno una nota.
Lui annuisce sorridendo, a volte aggiunge qualche pezzetto al puzzle, sembra ricordare qualcosa.

Parlo Parlo Parlo.

Ho la gola secca e gli occhi umidi quando dopo un paio d’ore, l’infermiera , quella vera, mi avvisa che l’orario di visita è finito.

“Grazie” mi dice stringendomi la mano. “Non devi ringraziarmi, mi fa piacere venire, tornerò”.

“Ma il grazie non è perché sei venuta!”

” E allora per cosa?”

Non risponde, guarda verso la finestra, lo sguardo perso chissà dove, lontano, assente.

“Sarebbe stato bello” sussurra dopo un po’

“Cosa?” Chiedo io

“Grazie per questo pezzetto di vita che mi hai regalato. Questo pezzetto di come sarebbe potuto essere, non ti ho mai dimenticato sai”

Forse ora pensa che io sia qualcun altro? Ha un momento di confusione maggiore del solito? Non so cosa dire.

Lui sorride. “Non sono ancora così rimbambito come pensano,sai? Ma lui non ti avrebbe mai chiamata se avessi solo chiesto di te”.

“Saremmo stati una famiglia felice” aggiunge.

Ci stringiamo le mani, mentre l’infermiera torna ad insistere perché esca.

“Invece Francesca e Matteo non sono mai nati” sussurra lui mentre sono sulla porta.

Gwen💜