Ya pihi irakema

– Io non so più come dirtelo.

– Inventati qualcosa. Inventati parole nuove.

– Ya pihi irakema. 

– Eh!? 

– È  il modo in cui gli indiani yanomami dicono Ti amo. 

– Sei seria? Fai sul serio?

– Certo. La traduzione letterale sarebbe “Sono stato contaminato da te.”

– E adesso?

– E adesso non si può più tornare indietro. “Una parte di te è entrata in me.” Questo è il significato di quelle parole. 

– Io non voglio perderti.

– Non mi perderai. Ma devi accettare la contaminazione. 

– E se non accettassi di essere contaminato?

– Be’, deluderesti un bel po’ di indiani.

– È una cosa grave?

– Gravissima. Ci pensi? Pure in India saprebbero quanto sei pazzo a lasciarti scappare un’occasione così.

– Quale occasione?

– Quella di essere amato veramente. Totalmente. Incondizionatamente.

– Sei sempre così convincente?

– Solo quando ho davvero a cuore qualcuno.

– Mi lasci senza parole.

– Non ti preoccupare. Le parole si trovano. È l’amore che bisogna acciuffare, appena si presenta. Come un treno veloce che passa una volta soltanto. 

– E il biglietto?

– Salta su. Senza biglietto. I controllori sono amici miei.

– E i bagagli?

– Portati dietro il cuore. Dovrebbe bastare.

Gwen💜

Buonanotte, amore mio 

Non so come valutare questo giorno, sinceramente, ma so che ci sei stata, che non è successo nulla di grave, e questo è già molto, perché certi giorni non si cancelleranno più dalla mia anima. Certo è che avrei voluto per te un oggi come è stato ieri perché anche la gioia nei tuoi sorrisi resteranno dentro di me per sempre. E certo ancora è che avrei voluto scrivere oggi, scrivere qui, a te, di te, ma tante cose mi hanno cotto il cervello, non ultimo il caldo tremendo. Mi dispiace … 
Ho un unico giorno di riposo alla settimana ed è invece fonte di stress …

Però poi penso che domani mattina ci sentiremo a voce, e allora mi torna il sorriso. Grazie, amore mio ❤ 

Ti amo ❤

Buonanotte ❤

Tuo A.

Lettera dal tempo…

Piccola cara…

Piccola mia, lo so, la vita non era proprio quella che t’aspettavi… Pensavi che le giornate spensierate non finissero mai, che il primo amore sarebbe venuto e restato, che tua madre avrebbe appoggiato ogni tua scelta e tuo padre fosse rimasto per incoraggiarti, sempre.

Credevi che la scuola fosse un bacino colmo di utili informazioni, e che la conoscenza acquisita ti avrebbe portato lontano. Speravi, guardando al di fuori dalla finestra, che un giorno avresti conosciuto una persona “meravigliosamente” fatta apposta per te, avresti indossato il tuo abito bianco candido, e avresti visto attorno alla tua tavola tante piccole allegre manine “apparecchiate a festa”, che ti avrebbero riempito il cuore e resa fiera del cammino portato avanti sino ad allora.
Cara bambina, forse non tutto è andato come avresti voluto, forse guardi ancora con rimpianto ai tuoi sogni che celavi gelosamente sotto il cuscino, prima di addormentarti la sera. Quella bambina ormai è cresciuta, s’è fatta donna, ha avuto le sue pene e le sue piccole conquiste; non desidero più tu guardi a te stessa con un occhio di rimpianto, perché voglio che riveda il tuo personale cammino con la speranza nel cuore e con la consapevolezza, che “tutto è andato come doveva andare”, e che tutto può ancora cambiare. Al risveglio, specchiati nell’immagine del tuo cuore e credi fermamente che la magia della vita non ti abbandonerà mai, seppure, per un breve istante, ti è sembrato ch’ella s’allontanasse da te per non farvi più ritorno.
Con affetto,

Il tempo

Gwen💜

Rinfusa…

Passiamo la vita leggendo libri che ci spiegano come vivere la vita, che ci danno segnali, spinte e insegnamenti, ma alla fine le impronte sulla neve non le riconosciamo mai. A volte le scopriamo tardi, quando tutto è concluso; a volte le vediamo in altre stagioni, dopo che la neve si è sciolta, o quando altra neve è caduta e le ha coperte un fiocco alla volta. Ora che vorremmo seguirle, le nostre impronte non le sappiamo ritrovare; ora che le conosciamo, non sappiamo da che parte andare.
Siamo già in settembre. Io mi chiedo davvero come stia scorrendo il tempo, da che parte stia andando. Che sia autunno o primavera? Ho il dubbio che la vita stia procedendo al contrario, come in certi racconti di fantascienza nei quali, da un momento all’altro, per un effetto della fisica o per gli sconvolgenti meccanismi dell’universo, forze gigantesche si siano prima fermate e poi ribellate alla loro natura. Nessuno se ne è accorto, ma qualcosa è cambiato. E’ solo questione di tempo prima di scoprirci giovani più di quanto siamo invecchiati, piccoli più di quanto siamo cresciuti e buoni più di quanto siamo appena stati.
Passiamo la vita imparando che al termine dell’estate viene l’autunno e che la notte muore per far nascere il giorno. Ed esso nasce ai limiti della nostra capacità di vedere, né prima né dopo; da un bagliore appena oltre il buio si espande un chiarore infinito che permette di dire, a noi che lo aspettiamo: “E’ iniziato un nuovo giorno”.
Lo diciamo sperando di riconoscere, oggi, le impronte sulla neve che ci hanno condotti fino a ieri; le impronte che abbiamo seguito pur non avendole mai viste, per merito dell’intuito o della fortuna, e nella nuova alba osservare il nostro cammino fino a molto indietro nel tempo per capire il senso di ciò che è stato, i giorni belli e i meno belli, le parole dette e quelle taciute, i desideri realizzati e i sogni infranti.
Io ho visto il bagliore della mia alba nel tempo in cui un pomeriggio diventava sera e la sera si ritirava lasciando il posto alla notte, ma al termine della notte non è venuto il domani e nemmeno il giorno dopo; il domani è rimasto oggi prima di tornare a essere ieri, prima che la mia alba si allontanasse e si perdesse nelle speranze di un futuro che diventava sempre più passato.
Ora lo so cosa mi direte, che negli occhi di un ragazzo non si può vedere il bagliore di un’alba, e non basta che un ragazzo si trasferisca per arrestare forze grandi come il tempo; ma ditemi, voi che lo sapete, a cosa mi è servito aver visto al di là dell’oggi e del domani se quell’oggi e quel domani non sono arrivati? Come fa a esistere un bagliore senza la sua alba? Dov’è l’alba?
In un pomeriggio che diventava sera e si comprimeva fino a spegnersi nella notte, io ho visto il bagliore di quello che poteva essere e non è stato, e dopo la notte non è venuto il mattino, come si pensava, ma è tornata la sera, e da quel momento stiamo tornando indietro, verso il tempo che non accadrà perché è già accaduto.
*
Ci sono giorni in cui leggere o scrivere non mi basta, e da sola non ho voglia di fare niente.
E’ come se mi sentissi perduta in un luogo che non riesco a localizzare. Nessuno è a conoscenza di dove mi trovi. So che dovrei andare da qualche parte, ma non so verso quale direzione. Mi sento come se avessi perso qualcosa che prima non sapevo di avere: nelle abitudini della vita è tutto come prima, ma nelle profondità della vita ogni cosa è cambiata rispetto a prima.
Non mi sento sola, ma è come se soffrissi di strana solitudine. Il motivo è facile da spiegare: mi manca il ragazzo che è partito. Mi mancano le cose che vorrei fare con lui. Non mi manca andare dove l’ho conosciuto e non incontrarlo, anche se è vero, sapete, che ci andavo soprattutto per lui. E’ molto di più. Mi manca andare ovunque e non incontrarlo. Mi manca essere, senza di lui.
Un grande scrittore lo ha spiegato in modo sublime, una volta, in un libro che ho letto. Stare con lui mi dava la sensazione di essere stato promosso a un livello di esistenza superiore. Non è proprio così?
Scoprire il mondo grazie a se stessi è vivere a metà, è come non andare da nessuna parte. La vera bellezza del mondo si conosce attraverso un’altra persona, secondo le sue curiosità, secondo gli equilibri portati dai sentimenti. Il mondo si svela interamente quando si condividono gli interessi e le passioni. La misura del mondo non è il mondo, è la vicinanza di quella persona che stabilisce la misura del mondo.
Ma trovare quella persona è molto difficile. Magari basta uscire dalla porta per incontrare tutte le persone che vogliamo, ma come? E’ vero che attorno a noi camminano uomini e donne che ancora non conosciamo. Siamo circondati da impronte sulla neve che non riusciamo a seguire. Forse non le vediamo perché sono talmente numerose da sovrapporsi una sull’altra, e tutta la neve diventa una grande, unica impronta. Può darsi che sia così. Ma abbiamo paura di aprirci a ognuna di queste persone dicendo: io voglio conoscerti. Come si trovano le parole per dirlo? Avvicinarsi a una di loro e ammettere che è vero che non la conosci ancora, ma che in realtà, di lui, sai tutto quello che serve. Lo hai saputo dalla dolcezza del suo portamento, dal timbro della voce, dal suo modo si stringersi le spalle e di salutarti quando arriva. Da queste e da tante altre cose, piccole, forse, ma non tanto piccole.
Ma non va mai così. Ci accontentiamo di coltivare la speranza, senza preoccuparci di come e quando raccoglierla. Il più delle volte, avviene nei sogni. Non so quanto sia giusto, ma nei sogni possiamo dire quello che vogliamo, e le conseguenze delle nostre parole rappresentano tutto ciò che vogliamo far accadere.
Forse le persone, nella realtà, non si cercano. Semplicemente, vengono. Le puoi trovare in qualunque posto. Poi il tempo scorre e la vita cambia. Alcune se ne vanno, senza lasciare impronte; alcune restano, senza lasciare impronte; ma alcune, che restino o no, lasciano impronte, come un segno sulla pagina di un libro, e sono loro a cui pensi, quando non ci sono e ti mancano con tutto il cuore.
*
Mi capita spesso di sognarlo, e in ognuno di questi incontri è come vedere una piccola alba. Non è facile confessare a una persona di averla sognata, in questi casi non si dice mai la verità. Quello che accade nei sogni è quasi impossibile da svelare.
Il motivo non è per nulla misterioso, lo sanno tutti: nei sogni possiamo vedere le nostre impronte sulla neve, e possiamo vederle nel momento in cui si formano per la prima volta. E’ nei sogni che si trova il nostro io più profondo, e nei sogni vive il nostro spirito più autentico. Tutto ciò che avviene nel sogno è più reale di quanto non accada quando siamo svegli. Lì non siamo limitati dalle nostre paure, e nella durata di un battito di ciglia possiamo arrivare alla fine di ogni sentiero ed essere veramente quello che siamo.
Alcune mattine, dopo averlo sognato, guardo l’immagine ancora tiepida che è rimasta dentro me. E’ una visione dolcissima. A volte è lui che è tornato, mi parla, e ascoltando le sue parole mi lascio immergere in un mare di tranquillità. Ora va tutto bene, non serve nient’altro. Dal tono della sua voce comprendo che abbiamo tanti giorni davanti, tutti da aspettare.
Però non riesco a sognarlo ogni notte, anche se lo vorrei. O forse è meglio dire che non riesco sempre a ricordarlo. Sono le mattine in cui mi sveglio e rimango sotto le coperte a pensare. A volte ricordo i sogni della notte che è appena finita, ma non ho memoria del sogno. A poco a poco, durante la giornata, mi vengono in mente altre immagini, meno nitide ma più profonde, e il ricordo dolce, sereno, pur nella sua assenza, si trasforma. E mi ricordo che erano i suoi occhi il cielo infinito che mi ha dato le vertigini quando ho volato sopra il fiume, erano le sue labbra che ho toccato allungando la mano dentro a un riflesso così intenso da rendere invisibile il resto, ed erano i suoi capelli gli alberi alla luce della sera che ho attraversato per entrare nel bosco. Lui non può far parte dei miei sogni quando di lui sono fatti i sogni stessi, come un pennello può ammorbidire i colori e bagnare la tela di un quadro, ma non può superare la realtà ed entrare nel mondo di chi l’ha concepito.
Credo che sia molto sottile la differenza fra ricordare o meno i propri sogni. Forse nel cuore della notte avviene una battaglia durissima, che nessuno può vedere. Lottiamo contro i nostri sogni nella speranza di rievocarli nel mondo reale, dove è più difficile sopravvivere. Farsi accompagnare dai loro ricordi per la giornata intera, far finta che siano veri, e alla fine, quando torniamo a letto, appoggiarli sul cuscino e lasciare che finalmente seguano il loro corso.
E’ una mia sensazione, ma credo che la battaglia sia lunga e impegnativa, che non sempre riusciamo a farcela, e che a volte la differenza fra vincere e perdere sia talmente piccola da misurare solo un centimetro.
*
Oggi è uno di quei giorni che non so come far passare. Sono alla ricerca di un compagno di viaggio. Avrei voglia di andare a casa sua e parlargli dal divano mentre io preparo una crostata, e dopo guardare insieme a lui un film aspettando che la crostata sia pronta. Vorrei uscire con lui, andare al cinema o a fare una passeggiata, visitare posti nuovi o rivedere quelli vecchi, che ora però vedrei insieme a lui. Vorrei parlare con lui di cose insignificanti, ma che troverebbero un senso nelle nostre voci perché saremmo io e lui a parlarne. Vorrei fare con lui qualcosa che da sola non farei mai e poi mai, non lo so, un gioco qualsiasi; tutti pensano che sia importante quello che si fa, invece non conta: fare qualcosa insieme a quella persona è l’unica cosa che conta. Ma soprattutto vorrei conoscerlo meglio, è l’unica verità che non posso immaginare o sognare: scoprire com’è, non come vorrei che fosse.
Però lui non c’è e non posso fare nulla di tutto questo. Così, in mezzo ai pensieri, mi viene in mente di rivedere il luogo, dove ci siamo incontrati quel giorno. Ora il tempo è molto diverso: questo è un settembre che sa di primavera, ma di una primavera fresca, sottile, che finirà per portarci in inverno.
Seguo lo stesso percorso, arrivando davanti alla metro e fermandomi, poi, a guardare ogni vetrina. Osservo la gente che mi passa accanto. Sentivo il bisogno di tornare qui, di sentire il rumore dei miei passi sulla strada. C’è una libreria poco più avanti, un posto dove avrei voluto portarlo un’infinità di volte, a cominciare da quell’autunno che doveva venire e che invece si è continuamente allontanato.
Entro nella libreria e inizio a cercare il libro che riassume il significato anche di questa storia. Lo cerco a lungo, a testa alta, passando per tutti i reparti.
La commessa è qui accanto, in un momento di tranquillità sistema i libri lasciati in disordine da certi clienti maleducati o molto impazienti di tornare a casa e dedicarsi all’ultimo acquisto. Si accorge di me, forse per la mia indecisione davanti al libro che in verità è ricordo e malinconia. Mi dice che è molto bello, mi consiglia di prenderlo, ma le sue parole si fermano poco prima del mio pensiero e rimangono sospese su una coltre di neve o nella nebbia, a un tanto così da me. Grazie, le dico, mentre osservo la ballerina sul ciglio della vertigine e i paracadutisti che scendono intorno a lei. Le faccio capire che ci sto pensando, ma in realtà voglio solo tenerlo fra le mani.
E’ un libro nuovo, perfetto, di carta ancora bianca e profumata. Mi domando chi lo abbia toccato prima di me, in questa libreria, forse qualcuno che cercava un romanzo da leggere o da regalare, a se stesso o alla persona amata o appena incontrata, alla persona da conquistare o da dimenticare. Forse sono io la prima, chissà, o forse no, forse un uomo o una donna lo hanno già valutato e riposto, ed è stata una scelta giusta o sbagliata. Pensiamo che i libri contengano emozioni e sentimenti, e che leggendoli riusciamo a viverli noi stessi, ma non è così. Le librerie e le biblioteche sono ben lontane da essere depositi di emozioni. I libri sono comburenti, come l’ossigeno, che serve per respirare o per bruciare una foresta da un milione di ettari, e ognuno ci trova quello di cui ha bisogno per far avvenire la sua reazione.
Lo apro e cerco in fretta la pagina numero 112: nessuna traccia di penna nera, nessuna impronta. Una pagina immacolata. Nessuno ha scritto una dedica su questo libro, non ancora; nessuno ha lasciato il suo ricordo o il suo nome, nessuno ha segnato una frase o disegnato una scintilla.
Ma una pagina pulita non mi interessa per nulla. Ecco la descrizione di questo libro, un peso di carta e parole stampate, senza nemmeno un po’ di energia. Dopo aver condiviso la mia copia con la persona più speciale di tutte, il solo che abbia voluto o sentito o amato leggerlo insieme a me, nel momento migliore o peggiore o nell’unico momento possibile, tutte le altre copie sono diventate inutili, abbandonate a se stesse in una desolazione senza confini, nelle vere rovine dei sentimenti.
Sfoglio le pagine e arrivo alla fine.
“Sogno. A volte mi sembra che sia l’unica cosa giusta da fare.”
Una frase che lascia in sospeso, utile per allontanare due concetti e ritardare le conclusioni, ma forse ha ragione anche questa volta.
Sognare.
Forse è proprio vero.
Forse è l’unica cosa giusta da fare.
*
Chiudo gli occhi. La mia volontà si ritira come una marea e lascia i comandi al mio pensiero. Il piano di volo è la fotografia.
Basta poco per lasciare che tutto si allontani – nulla si trattiene – e in un istante entra anche lui in questo mondo. Lascia la realtà alla porta e si trascina dentro i colori, i profumi e le essenze di luoghi non ancora scoperti. Anche la luce cambia con la sua presenza, la riflette come uno specchio espandendo ovunque il contorno della sua forma.
Perché in mancanza dei pensieri forzati, inseguiti, quelli che non ti lasciano finché non ti liberi da una situazione, se allontani questi pensieri ci sono quelli che vengono senza essere cercati, che vengono e basta, stimolati dai legami che non vincolano due persone, ma le uniscono, ovunque siano, e lo fanno nel modo più bello possibile.
Mi piaci da morire, non gli dico, mi piaci nel corpo e nell’anima, e quel giorno non volevo salutarti, non volevo che partissi né che il tempo scorresse, provavo il più semplice e naturale dei desideri che è quello di stare insieme a te.
E lo provo ancora, ma insisto a non dirglieloo per un milione di volte o forse di più, non lo so, non si conta quando vuoi bene a una persona.
Poi sento chiamare il mio nome.
*
Mi volto, ed è veramente lui. Mi sembra impossibile, ma ora è qui, davanti a me, reale come questo libro che tengo in mano. Non è più un sogno.
* Il tempo scorre a modo suo, ma ora scorre. Ora dopo il bagliore viene l’alba, il pomeriggio segue il mattino e quando finisce la primavera comincia l’estate, tutti gli anni.
Ripenso a quel giorno. Seguendo le impronte sulla neve risalgo i meandri dei ricordi fino alla sorgente dei miei sentimenti. Ci siamo noi due sotto una luna gigante che vaghiamo per le strade, sperando che il tempo non passi, chiedendoci quale sia il significato, il senso di dove andremo e dove resteremo, cosa faremo, perché siamo partiti o rimasti, e quanti centimetri abbiamo guadagnato o perso affinché tutto andasse com’è andato e ci trovassimo noi due in una notte di giugno.
Poi, quasi per caso, ci sfioriamo le mani. E’ solo un contatto, ma sfiorare la sua mano è come uscire dallo spazio, sentire e volere di essere una persona nuova e diversa. Il contatto è breve, ma lungo abbastanza da costruire, distruggere e provarne la mancanza.
Continuiamo a camminare, silenziosi nei nostri pensieri, aspettando un contatto e poi un altro, forse non più per caso, forse per costruire, distruggere e provarne subito la mancanza. Prendo la sua mano e la tengo nella mia, prima forte e stretta, poi più teneramente, per sentirla in tutta la sua dolcezza.
Mi avvicino, piano, fino a posare il mio viso sulla sua guancia, senza aprire le labbra, senza respirare, senza cercare nient’altro che la sua vicinanza. I nostri volti rimangono inclinati e immobili, mentre spariscono le persone, spariscono le case e gli alberi, sparisce la strada e restiamo solo noi, in questo luogo che ha perso anche il nome.
Ti prego, qualunque cosa, non farla. Non voglio di più. Rinuncio a tutto il resto pur di non svegliarmi, e se mi sveglio fammi ricordare il sogno, e se lo dimentico mi basta sentirmi felice come sono ora, senza sapere perché.
 *
Nel momento del risveglio è come essere in mare aperto, con la scialuppa a due bracciate da te. Cerchi in ogni modo di avvicinarti, nuotando nelle acque, sfidando le onde che ti avvicinano e ti allontanano, con indifferenza, mentre tendi la mano e fai di tutto per aggrapparti alla salvezza. E per afferrarla a volte basta poco, è questione di un centimetro: un centimetro guadagnato o perso che significa vivere o morire, anche se in mezzo al mare sembra non avere importanza. Davanti ci sono forze contrarie ben più grandi delle tue, ma arrendersi non è possibile.
Certe mattine apri gli occhi e vedi la luce entrare dalla finestra. Tu non hai memoria, ma quella luce ti riscalda e sembra indicarti qualcosa. A volte ti dà la spinta per alzarti, illuminata dentro e fuori, a volte è una lama che ti trafigge e vorresti solo chiudere gli occhi e rimanere lì tutto il giorno, senza fare nulla.
La differenza, anche se non lo sai, è di un centimetro in mezzo al mare.

Gwen💜

Buonanotte 

Sapete quand’è davvero una buona notte? Quando lei va a letto con un sorriso, stanca ma soddisfatta per la bella giornata. E stasera è stato davvero così. 

Buona notte, care lettrici e cari lettori. 

Buonanotte, amore mio. 

Ti amo ❤

A. tuo

L’invito a cena 

Una sera mi telefonò la mia ultima ex, che non si era più fatta sentire da quando, parecchi mesi prima, mi aveva mollato.

Dopo i “come stai?” ed i “cosa fai?” di rito, mi fece:

“Hai più rivisto Luisa?”

Luisa? La ragazza con cui stavo prima di lei? Che strana domanda …

“No, né vista né più sentita, e comunque per un po’ vorrei lasciare in pace il mio cuore.”

Frecciatina? Of course.

“Capisco …”

Fece una breve pausa, poi prese a parlare della nostra vecchia compagnia e ci ritrovammo poi a ricordare i vecchi tempi, le cazzate fatte assieme, e ci ridemmo sopra.

A quel punto lei se ne uscì con un:

“Sai, mi farebbe piacere rivederti … fare quattro chiacchiere …”

Tramite amici comuni avevo saputo che non era più esattamente single da un po’, per cui mi sembrava una cosa innocua.

“Uhmm … si può fare …” le risposi quindi.

“Davvero?”

“Sì, davvero.”

“E se ti invitassi a cena da me? Una cenetta senza troppe pretese?”

Strano invito. Sempre più strana questa telefonata.

“Ma il tuo compagno è d’accordo?” le chiesi, diretto. Una trappola? Sì, lo ammetto, le stavo tendendo una trappola, volevo vedere se mi avrebbe tenuta nascosta la cosa.

“Ovvio che gliel’ho detto, e mi ha risposto che per lui non è un problema.”

Bene, ammetteva di non essere libera, e bene anche che fosse d’accordo pure lui, perché l’ultima cosa che volevo era un tizio geloso e dalle intenzioni manesche. Però la cosa mi puzzava un po’.

“Comunque stai tranquillo – aggiunse – niente compagnia imbarazzante, saremo solo io e te.”

Solo io e lei? La cosa adesso puzzava decisamente! E lei lo sapeva benissimo!

Voleva forse qualcosa da me? Era un invito interessato? C’era uno secondo scopo? E che cosa voleva? Ero curioso di saperlo, troppo incuriosito ormai (e lei sapeva benissimo anche questo), comunque non dovevo preoccuparmi, avrei potuto sempre risponderle di no e sarebbe stata una piccola vendetta per quello che mi aveva fatto soffrire.

Quindi accettai.

Fissammo l’appuntamento (ma si poteva chiamarlo così?) per quel sabato ed io mi presentai la sera stabilita vestito non troppo formale, una camicia e dei pantaloni, ma niente cravatta, e con un dolce, anche se sicuramente lei era a dieta. Avrei voluto portare anche del vino, ma preferii evitare fraintendimenti. Fiori no, sarebbero stati decisamente equivoci.

Lei invece mi accolse in tuta da ginnastica … Che tristezza …

Mi venne da dirle che era rimasta bella come allora ma mi sembrava, più che una romanticheria, comunque fuori luogo, una scemenza visto che erano passati mesi, mica anni, quindi tacqui.

La cena fu ottima, semplice ma ottima, e per niente astemia; io però mi concessi davvero poco vino, volevo mantenere il controllo su quella situazione dubbia. Lei invece abbondò, il che era insolito per come la conoscevo … come pure strano fu che non disse niente del dolce ma anzi ne mangiò pure due fette. Evidentemente in quegli ultimi mesi le sue abitudini erano cambiate, forse anche per via del nuovo compagno. Eppure non la trovavo ingrassata …

La sua compagnia fu splendida anch’essa: chiacchierammo allegramente del più e del meno, ridendo e scherzando, e notai con piacere che in quello era rimasta quella di sempre. Di chiacchiera in chiacchiera finimmo con il parlare del suo nuovo ragazzo, Antonio, del lavoro che faceva, di come si erano conosciuti, eccetera, e tra una cosa e l’altra lei mi disse che di lì a poco sarebbe stato il suo compleanno e lei contava di fargli un regalo speciale.

“Il mio culo” mi disse diretta e franca com’era sua abitudine.

Che gentile dirlo proprio a me, il suo ex, a cui mai glielo aveva concesso nonostante la corte spietata che avevo fatto a quel suo buchino.

“E qui mi serve il tuo aiuto …”

Ecco che arrivava al vero motivo della cena! Lo avevo capito subito che c’era qualcosa dietro (letteralmente, in questo caso)! L’invito aveva uno secondo scopo! Anche se non vedevo cosa potessi farci io.

“Sai, Antonio ha un cazzo … piuttosto grosso …”

Sempre meglio, davvero! La mia autostima stava facendo salti di gioia!

“… ed è piuttosto irruento a letto …”

Mi pareva il minimo, a quel punto!

Posso dire che il mio lato sadico e vendicativo ha goduto? Perché è successo proprio questo!

“… quindi ho paura che mi faccia del male …” 

Eh! Direi!

Quindi niente culo? Era la rivincita dei cazzi piccoli? (Normali, per la cronaca.)

“Hai provato con un dildo?” mi uscì dalla bocca. Davvero le avevo chiesto una cosa del genere?

“Ci ho provato ma mi blocco. Come lo sento stringo le natiche … non riesco a rilassarle.”

Un bel problema …

“… quindi avevo pensato …”

Ahio! Ecco che arrivava la fregatura …

“… che tu mi potresti aiutare …” e divenne rossa come un pomodoro maturo.

“E come?” le chiesi simulando impassibilità; in realtà ero confuso come un gomitolo di lana passato per le zampe di un gatto.

Mi guardò negli occhi e stette in silenzio (era proprio di un bel rosso acceso, indubbiamente, per la mia gioia), quindi fece un respiro profondo come per prendere coraggio e disse tutto d’un fiato:

“Lo do prima a te …”

Avete mai sentito le rotelline del vostro cervellino frullare vorticosamente ma a vuoto? Ecco.

“Cos’è che dai a me?” chiesi da ingenuo che sono.

Si fece ancora più rossa, se possibile, e disse quasi sussurrando:

“… il culo …”

Non ero sicuro di aver capito bene. Era sicuramente uno scherzo del vino, non aveva certo detto quella parola … cioè, non poteva averla detta! Mi “riascoltai” nella mente quella sua ultima frase più volte … e suonava sempre “culo”.

“Cioè, fammi capire bene, tu vorresti che io … ” (come potevo dirlo gentilmente?) “… ti penetrassi analmente … ” (che forbito che sapevo essere, perbacco!), “… così te lo preparo per il tuo ragazzo?”

“Sì …” mi rispose abbassando lo sguardo.

Silenzio glaciale.

Ecco perché aveva bevuto così tanto …

Ed ecco perché aveva fatto onore al mio dolce …

Oh bene! Quello che mi aveva negato a lungo adesso mi veniva offerto per prepararlo per un altro! Adesso anche il mio orgoglio stava meditando di fare sepukku!

Ed il suo compagno? Sapeva sì della cena, ma non sapeva certo di queste sue intenzioni! Doveva essere una sorpresa del resto, no? E che sorpresa! Chissà quanto sarebbe rimasto “sorpreso” se avesse saputo di quei “preparativi”!

Lei sollevò lo sguardo e cercò nei miei occhi una risposta. Era una mia impressione o aveva un’aria supplichevole?

Mio dio, che confusione avevo in testa! Che fare?

Lei continuava a fissarmi, rossa in viso, con quei suoi occhioni imploranti, attendendo la mia risposta, che avrebbe dovuto essere un “Maccheccazzo!!!! Ma ti rendi conto??? Come mi puoi chiedere una cosa del genere??”

Invece mi uscì un:

“Va bene, ti aiuto.” 

Sono o no un perfetto coglione?

“Un grande sacrificio, immagino” mi rispose con un sorrisone di sollievo e facendomi l’occhiolino.

“Non fare l’ironica, per favore, almeno quello, eh?” 

Avevo già il mio amor proprio che mi bestemmiava dietro, cazzo! E come dargli torto?!

“Va bene, hai ragione, scusami.”

Si alzò da tavola, ancora rossa in viso, e si notava un certo disagio nei suoi movimenti, e non era solo il vino.

“Io vado a prendere un paio di cose, tu intanto se vuoi spogliarti e accomodarti in soggiorno…” mi disse allontanandosi. Io feci come mi aveva detto, però, a mano a mano che mi toglievo i vestiti, il disagio diventava sempre più forte. Come avrei cominciato? Quali preliminari? I baci mi sembravano fuori luogo, oltre che imbarazzanti. E dov’era finita la mia voglia di vendetta? Quella era un’occasione perfetta! O sarebbe stata vendetta proprio assecondarla e prendermi il suo culo prima del suo nuovo compagno? 

Mi venne pure in mente questo strano quesito: ma lei così stava cornificando il suo ragazzo oppure no? Ecco, mi mancavano solo i dubbi amletici!

Ero tentato di tirarmi indietro quando lei tornò, e questo interruppe il flusso dei miei pensieri. Sembrava più sicura di sé e teneva in mano un flaconcino di lubrificante ed un preservativo, che mi porse, e, notando che il mio pisello era ancora moscio, chiese stupita:

“Non pretenderai che te lo tocchi io, vero?”

La guardai perplesso. 

Avevo forse detto qualcosa? 

Come avrei potuto chiederle una cosa del genere? Aveva il ragazzo adesso, no?

Eh! Certo! Mi stava per dare il culo, ma le mani … per carità! 

Avrei dovuto risponderle: “Lo vuoi pronto per il tuo buchino? Allora preparatelo!” e magari obbligarla a succhiarmelo per bene, e lo sapeva fare, eccome! Ed invece, da idiota, me lo afferrai senza fiatare e cominciai a menarmelo da solo, nell’intento di renderlo utilizzabile allo scopo. Certo che se l’atmosfera continuava così la vedevo dura … o meglio, molle! E anche tu, mio cazzo del cazzo, ci hai sbavato per mesi dietro a quel buco e adesso che ti viene offerto su un piatto d’argento fai il difficile?

“Cominciamo, vuoi?” mi fece lei, mettendosi carponi sul divano, con il sedere rivolto verso di me. 

Semplice e diretta anche se rossa in viso. 

Per tutta risposta mi inginocchiai dietro di lei, le abbassai i pantaloni (ora capivo il perché era così poco elegantemente in tuta) e mi accorsi che aveva ancora l’abitudine di non indossare le mutandine. Le scoprii ben bene il suo maestoso culo tondo e pieno, ammirandolo nuovamente, dopo parecchio tempo, in tutta la sua carica erotica.

“Posso accarezzartelo?” chiesi non senza sarcasmo.

“Sì …”

Esitante le appoggiai una mano sulle reni, mentre con l’altra continuavo a masturbarmi. La sua pelle liscia e fresca mi diede una scossa di piacere che mi percorse tutto il corpo e finì sul mio uccello, e quando feci scorrere il palmo sul suo didietro, così morbido, il mio respiro si mozzò. Quante volte gliele avevo toccate, quelle chiappe, quante volte gliele avevo accarezzate, baciate, leccate …

A quei pensieri il cazzo mi stava diventando sempre più duro.

Però adesso quelle natiche erano rigide, sentivo i loro muscoli sottostanti contratti, e allora cominciai a palpargliele, ad impastarne le carni soffici per allentarne la tensione, gliele comprimevo, gliele tiravo in varie direzioni, gliele divaricavo, e tutto quel toccarle mi faceva parecchio effetto e mi eccitavo ancora di più nell’osservare come potesse cambiare foggia quel suo buchino crespo, deliziosamente brunito, a cui a lungo avevo fatto la corte, che avevo leccato spesso, che avevo sondato con le dita … e nulla più.

Ogni tanto azzardavo a sfiorarle la fica con le dita per sentire se le mie attenzioni stessero facendo effetto, e quando gliela trovai abbastanza umida, sembrandomi lei completamente rilassata, volli testare la situazione e le sfiorai quel piccolo pertugio con il polpastrello di un pollice. Ma lei, nel sentirselo toccare, sussultò stringendo subito forte le chiappe ed indurendo il culo.

“Rilassati” le mormorai tornando a massaggiarle il sedere, pensando alla sua reazione. Eppure le avevo toccato spessissimo quel buchino, glielo avevo anche “violato” con le dita, glielo avevo scopato … Probabilmente era quella situazione, imbarazzante anche per lei, che l’aveva fatta scattare in quel modo eccessivo. Mi chinai allora sulla sua schiena e provai a baciarle dolcemente le reni e le natiche in lungo ed in largo, a leccargliele lentamente, e questo le fece parecchio effetto poiché cominciò ben presto ad ansimare e poi a gemere. Addirittura ad un certo punto si portò una mano in mezzo alle cosce, sulla passera, per masturbarsi praticamente sotto ai miei occhi. Vidi le sue dita scivolarle sulle piccole labbra fino all’apertura della fica, e poi aprirgliele mentre tornavano verso il clitoride, e ripeté quel movimento più e più volte, mugolando sempre più forte, e ad ogni passaggio i suoi petali carnosi si gonfiavano sempre di più di voglia.

Quello spettacolo mi mandò gli ormoni alle stelle, mi fece ribollire il sangue, il mio cazzo adesso mi tirava forte, avevo voglia di prenderla, di scoparla, di metterglielo dentro, di cacciarglielo in corpo, tutto dentro, ed invece dovevo lavorarmela ancora un po’, quindi presi il lubrificante e me ne versai un pochino su un palmo. Mi strofinai le mani tra loro in modo di distribuirlo bene dappertutto e di scaldarlo, perché freddo com’era le avrebbe fatto stringere il culo di nuovo. Aveva una consistenza piuttosto setosa che non mi aveva mai entusiasmato: sapeva proprio da artificiale. Mentre tornavo a baciarle dolcemente le reni, le infilai di taglio una mano tra le chiappe e presi a farla scivolare su e giù ritmicamente, strusciandola sul buchino e sulla fica, dove incrociava le sue dita. Il lubrificante era comunque efficace, quindi ad ogni passaggio, sentendo che si rilassava sempre più, aumentavo gradualmente la pressione facendola mugolare sempre più profondamente. Quando il culo fu completamente soffice con il polpastrello del pollice presi a percorrerle lentamente il bordo dell’ano. Non strinse il culo, come prima, anzi, emise un profondo sospiro di approvazione, ed allora io cominciai ad esercitare una leggere pressione, come se ad ogni giro io volessi allargarlo un po’. 

Ben presto glielo sentii completamente cedevole. 

Era pronta per il passaggio successivo. 

Puntai il mio pollice sul buchino, stetti fermo qualche secondo per darle tempo di capire cosa stavo per farle, e, visto che non reagiva, cominciai a spingerglielo dentro. La mia falange cominciò ad affondare lentamente nelle sue carni, facendole emettere un lungo mugolio sordo, e, senza trovare una grande resistenza se non un robusto e continuo abbraccio da parte di quel pertugio, sparì nel vuoto umido delle sue viscere. Le cacciai il mio dito più in fondo che potevo, finendo con l’afferrarle una chiappa, poi iniziai a muoverglielo avanti ed indietro, lentamente; quel suo muscoletto rotondo me lo stringeva ad anello alla base e, pulsando, sembrava che me lo succhiasse, cosa che mi stava tirando scemo di voglia, facendo ribollire il mio sangue in tutto il corpo, riempiendo la mia testa con un ruggito furioso. Lei gemeva e si dimenava addirittura, come cercando il mio dito, tanto che mi chiedevo se fosse sincera o stesse fingendo a mio favore.

Intravidi, tra le sue cosce, che due dita della sua mano con cui si stava masturbando si stavano infilando dentro la sua passerina, ma non capii se era per la troppa eccitazione o per il troppo poco piacere. Stetti ad osservarla, e vidi che se le cacciava fino in fondo, per poi cominciare a fottersi. Le dita nella sua fica facevano un rumore acquoso e lei emetteva gemiti sempre più acuti. Adesso ero così eccitato che il cazzo mi tirava da far male. Avevo davvero troppa voglia di metterglielo dentro ora, avevo davvero urgenza di cacciarglielo in corpo. Allora pensai di tentare di infilarle anche un secondo dito. Non glielo avevo mai fatto, ma se avesse retto la cosa, metterle poi l’uccello dentro sarebbe stato uno scherzo. Le tolsi il pollice e mi misi a giocare con il suo buchino con l’anulare ed il mignolo, le dita meno grosse. L’anulare le entrò tranquillamente, visto che era già preparato dal pollice, e dopo averglielo spinto fino in fondo, lo tirai indietro senza estrarlo, quindi appoggiai al buchino anche la punta del mignolo e cominciai a spingerglielo dentro. 

Molto lentamente. 

Assaporando la sensazione.

E mentre le mie dita avevano ragione del suo buco e glielo allargavano e glielo riempivano, lei gemeva e mugolava come una porca, fottendosi forsennatamente la fica. Mugolava così forte che mi aspettavo di sentirla pronunciare da un momento all’altro il nome del suo ragazzo … e sarebbe stato tragico.

La scopai per alcuni minuti con le due dita, girando e torcendo la mano in modo che le dita le allargassero il buchino in diverse direzioni, mentre il cazzo era sempre più teso, poi la vidi inarcare la schiena offrendomi ancor di più il suo culo.

“Sono pronta …” la sentii gemere, “adesso puoi provare …”

Non era simpatico che fosse sempre lei a dirmi cosa fare, comunque le tolsi le dita di dentro, lentamente, e lei, quando si sentì vuota, sussultò; Siccome il cazzo era ormai marmorizzato, mi infilai il preservativo. Sentire il lattice avvolgermi il membro, scivoloso per lo spermicida (molto meglio del lubrificante), era molto piacevole, specialmente per questa sensazione che stringeva mentre lo srotolavo addosso all’uccello, e mi eccitò molto spingerlo bene alla base del cazzo. Mi venne in mente che un tempo me lo avrebbe messo lei, ma era un pensiero pericoloso … Me lo presi in mano e glielo puntai addosso, sul buchino. Come le appoggiai la cappella, sussultò.

“Fai piano, ti prego …”

Arridaje!

“Sì, stai tranquilla” la rassicurai, e, prima che le riuscisse di de-marmorizzarmi l’uccello, cominciai a spingerglielo piano piano sul buchino. La mia cappella si schiacciò su quel muscoletto tondo che opponeva ancora abbastanza resistenza da far sì che la canna del cazzo rientrasse un po’ nel mio pube e si flettesse un pochino; il glande si fece allora esso stesso stretto per riuscire ad usare lo spiraglio creato dalle dita, ed in quel modo facendo ad infilarcisi in mezzo, a scivolarci lentamente dentro, per poi, con uno scatto improvviso, varcare quel soglio e riespandersi.

Lei gemette e sussultò. Io allora mi fermai, restando immobile. Restai qualche secondo ad osservarla, in attesa delle sue reazioni, ed a gustarmi le sensazioni. La mia cappella era dentro di lei, dentro il suo culo, il suo tondo, meraviglioso, delizioso culo caldo e umido, e lei ansimava ma non dava segni di sofferenza per il mio uccello che le tappava il buco. Allora lentamente la impalai. E mentre il mio cazzo le entrava in corpo, dalla gola le usciva un gemito strozzato.

Il suo buchino mi cingeva forte il cazzo e mi scorreva lungo la canna fino alle palle, mentre glielo affondavo tutto dentro e spariva nel calore umido del suo intestino. Poi, sempre lentamente, feci il movimento inverso, con il suo buco che faceva attrito sul mio membro, cercava di trattenerlo dentro di sé, e quando sentii la mia cappella bloccarsi sul suo muscoletto, ritornai ad affondarglielo.

La scopai così per un pochino, ammirando il suo didietro, allargandole chiappe per vedere il mio cazzo tapparle il buco e scorrerle avanti ed indietro nel suo ano, gustandomi la stretta del suo muscoletto, spingendole la mia nerchia tutta in corpo tenendola forte per i fianchi. 

Dio come mi eccitava l’idea che le stavo facendo il culo, quel culo a cui a lungo avevo sbavato dietro.

Pensai che forse era il caso di forzarle il buchetto ancora un po’, di allentarle ulteriormente quel pertugio, affinché mantenesse una certa “apertura” almeno fino al famoso compleanno, quindi volli farle un altro giochino. Tolsi il cazzo, raccolsi in bocca della saliva in abbondanza e poi gliela feci colare sull’ano. Fui così generoso che gliene scivolò anche sulla fica, tra le dita con cui si stava scopando. E la sentii gemere diversamente, con tanti saluti al lubrificante! Le riappoggiai quindi la mia cappella sul buchino del culo e la usai per spalmarle bene la saliva. Questa volta non la sentivo rigida, proprio per niente. Le spinsi quindi il mio cazzo di nuovo dentro, cacciandoglielo fino in fondo, e poi glielo tirai fuori di nuovo. E mentre continuavo a toglierglielo, a massaggiarle l’ano e poi a rimetterglielo dentro, respiravo lentamente e profondamente per tenere sotto controllo il mio piacere. Lei, dal canto suo, sussultava ogni volta che la cappella le attraversava lo sfintere in un senso o nell’altro, mugolando ed ansimando sempre più forte, ed ad ogni penetrazione il suo buchino opponeva sempre meno resistenza, fino al punto in cui il mio cazzo ormai le entrava dentro senza sforzo alcuno. Mi accorsi solo allora che stavamo scopando insolitamente in silenzio, senza commentare il nostro amplesso … da parte mia farlo mi sembrava indelicato e probabilmente anche a lei esprimere a voce le sue voglie la imbarazzava …

Poi lei cominciò a mugolare ininterrottamente, segno che stava per arrivare all’orgasmo; allora io le piantai il mio cazzo tutto in corpo, afferrandola forte per i fianchi, e lei esplose, ululando e dimenandosi tutta; io, non riuscendo più a resistere, grugnendo e sussultando le venni dentro, schizzandole tutta la mia sborra nelle viscere. Sentivo il mio cazzo pulsare in preda all’orgasmo, e le mie palle muoversi nello scroto per svuotarsi, ed il mio seme bruciare dentro la mia canna. Mi dovetti chinare su di lei per la violenza delle mie convulsioni, contorcendomi tutto.

Infine, esausto e svuotato, le tolsi l’uccello ormai moscio dal culo e mi accasciai sui talloni.

Eravamo entrambi ansimanti e sudati.

Appena mi ripresi andai in bagno a farmi un bidet, e lei, gentilmente, mi portò un asciugamano pulito. Era strana quella intimità, un cimelio dei vecchi tempi forse … 

Comunque io il favore glielo avevo fatto, il culetto suo bello non era più vergine e avrebbe accolto di buon grado il pisellone cattivo del suo nuovo ragazzo, quindi mi rivestii che era ora di andare.

“Sei stato un tesoro, e sei stato molto dolce” mi disse dandomi un bacio leggero sulle labbra.

“Grazie, ne sono lieto” le risposi con un sorriso di circostanza.

“Bene, allora buona festa di compleanno” aggiunsi aprendo la porta.

“Oh no, non sono mica ancora pronta! Ci dobbiamo vedere ancora!”

A.